La malattia di Alzheimer è una delle principali cause di demenza e colpisce milioni di persone in tutto il mondo. Per questo motivo, la ricerca scientifica continua a studiare i processi biologici alla base della perdita di memoria e del declino cognitivo, cercando anche nuove possibilità per sostenere la salute del cervello.

Negli ultimi anni, anche il cannabidiolo (CBD) ha attirato una crescente attenzione nel campo delle neuroscienze. Il CBD è un composto della pianta di cannabis privo degli effetti psicoattivi tipicamente associati al THC. Alcuni studi sperimentali precedenti hanno suggerito che il CBD potrebbe influenzare processi legati alla neuroinfiammazione, alla funzione delle sinapsi e alla salute delle cellule nervose. Tuttavia, i meccanismi molecolari alla base di questi effetti non erano ancora completamente compresi.

Un recente studio condotto da un gruppo di ricercatori della Shenzhen University, in Cina, e pubblicato sulla rivista scientifica sottoposta a revisione paritaria Molecular Psychiatry, ha fornito nuovi indizi su come il CBD potrebbe agire in un modello sperimentale della malattia di Alzheimer.


CBD e funzione cerebrale nei topi

I ricercatori hanno utilizzato un modello murino geneticamente modificato per studiare alcuni dei meccanismi associati alla malattia di Alzheimer. Gli animali hanno ricevuto CBD per un periodo di 45 giorni.

Rispetto ai topi non trattati, quelli sottoposti al trattamento con CBD hanno mostrato miglioramenti in alcuni test relativi alle funzioni cognitive e ai comportamenti associati all’ansia.

I ricercatori hanno inoltre osservato cambiamenti nelle spine dendritiche e nelle strutture sinaptiche. Queste strutture sono fondamentali per la comunicazione tra le cellule nervose e svolgono un ruolo importante nei processi di apprendimento e memoria.

Questi risultati suggeriscono che, in questo modello animale, il CBD potrebbe influenzare diversi processi biologici collegati alla funzione cerebrale.

Ma la domanda più importante era: come si verificano questi effetti?


Un nuovo collegamento con la via di segnalazione TrkB

Lo studio ha rilevato che il CBD può influenzare la via di segnalazione TrkB. Questo recettore è coinvolto, tra le altre funzioni, nella sopravvivenza e nello sviluppo dei neuroni e nella plasticità sinaptica.

TrkB viene normalmente attivato, tra gli altri meccanismi, dal fattore neurotrofico derivato dal cervello (BDNF), una proteina importante per il funzionamento delle cellule nervose e per i processi legati all’apprendimento e alla memoria.

Un risultato particolarmente interessante è che l’attivazione di TrkB associata al CBD non sembrava dipendere da un aumento dei livelli di BDNF. Questo suggerisce che il CBD potrebbe influenzare questa via attraverso un meccanismo molecolare differente.

Ulteriori esperimenti hanno portato i ricercatori a identificare FRS2, una proteina adattatrice coinvolta nella trasmissione dei segnali cellulari, come un elemento importante di questo processo.


FRS2: un possibile “collante molecolare”

Attraverso diversi esperimenti biochimici e simulazioni molecolari, i ricercatori hanno trovato evidenze che il CBD possa interagire con FRS2 e influenzare l’interazione tra FRS2 e TrkB.

Gli autori descrivono questo meccanismo in modo simile a un “collante molecolare”: il CBD potrebbe contribuire a stabilizzare l’interazione tra queste due proteine e, di conseguenza, rafforzare alcuni segnali associati a TrkB.

Quando i livelli di FRS2 sono stati ridotti nei modelli sperimentali, anche diversi effetti associati al CBD sono diminuiti. Questi risultati rafforzano l’ipotesi che FRS2 svolga un ruolo importante nel meccanismo osservato.


Cosa significa per la malattia di Alzheimer?

Questi risultati aprono una nuova interessante direzione di ricerca. Lo studio non si limita a osservare alcuni cambiamenti associati al CBD, ma fornisce anche nuovi elementi per comprendere come il CBD potrebbe influenzare i segnali biologici coinvolti nella funzione delle cellule nervose.

È tuttavia importante interpretare questi risultati con cautela.

La ricerca è stata condotta principalmente su cellule e modelli animali. Non dimostra quindi che il CBD possa trattare, prevenire o invertire la malattia di Alzheimer nell’uomo. Saranno necessari ulteriori studi clinici per stabilire se il meccanismo osservato in laboratorio possa tradursi in un beneficio concreto per i pazienti.

Per il momento, la scoperta del collegamento tra FRS2 e TrkB rappresenta una pista di ricerca interessante e potrebbe aiutare gli scienziati a comprendere meglio alcuni dei meccanismi coinvolti nelle malattie neurodegenerative.